Design

Claudio Bellini

by Filippo Teramo

5 Aprile 2024

Architetto, designer e art director, Claudio Bellini vive e lavora a Milano. In un mercato globale sempre crescente, il suo approccio innovativo al design è basato sulla centralità dell’armonia della bellezza e dell’efficienza. La sua creatività contribuisce a progetti originali di grande rilevanza, realizzati con aziende leader su scala mondiale.


Come nasce il desiderio di essere designer?
Fin da bambino ho avuto la fortuna di poter frequentare lo studio di mio padre Mario e di vedere lui ed i suoi collaboratori all’opera. Ho potuto in questo modo assistere all’affascinante processo delle idee che, dalla carta, prendono vita. Vedere uno schizzo diventare un disegno tecnico, poi un modellino in scala, un prototipo e alla fine un prodotto vero, una cosa tangibile, reale, è un qualcosa di straordinario. Mi sembrava che queste persone quasi non lavorassero, ma giocassero, quasi. E mi sono innamorato di questo mondo di menti brillanti, invenzioni ed oggetti bellissimi.

Cos’è per lei il design?
Il design è una attitudine alla vita, un modo di approcciare il mondo, una dimensione creativa.
A quali processi è interessato quando progetta e in che direzione va la sua progettazione?
Tutti i processi e tutti i materiali sono interessanti, ognuno a modo suo. Ultimamente sono affascinato dalle potenzialità e dalle opportunità che offre l’Intelligenza Artificiale. Ritengo che vada esplorata per essere capita ed usata nel modo più adeguato e responsabile possibile, in questa nuova dimensione in cui l’uomo è però ancora e sempre al centro, insostituibile, ma aiutato da nuovi strumenti.


Lo sviluppo di un’idea spesso è frutto di dialogo e confronto con lo sguardo rivolto sempre in avanti. Nel suo progettare, sperimentare il punto di vista degli altri è fondamentale?
In qualsiasi progetto che non sia un’opera artistica sono fondamentali il dialogo continuo con il cliente, il saper ascoltare, il confronto e lo scambio di idee e opinioni, il riuscire a trasformare ogni eventuale difficoltà e problema in una opportunità. Inoltre, per me ogni progetto è un viaggio, un’avventura durante la quale mi relaziono coi clienti, la loro cultura spesso diversa dalla mia, le loro abitudini, tradizioni e necessità. Ed i progetti che più mi danno soddisfazione sono proprio quelli che mi permettono di stabilire delle interessanti relazioni e scambi con le altre persone.
Quando si viene a creare un incontro culturale particolarmente interessante e uno scambio di idee e ispirazioni, l’intera progettazione diventa eccitante e di sicuro successo: è alla fine di una esperienza educativa del genere che si arriva ai risultati migliori.

È sempre alla ricerca di combinare bellezza, utilità ed efficienza? Può sintetizzarlo con una sua opera?
Il connubio tra funzionalità, pragmaticità e bellezza rappresenta l’anima di ogni mio progetto, ma se devo citare un esempio lampante ed ottimamente riuscito è LIZ, disegnata per Walter Knoll nel 2012. Questa sedia è caratterizzata dall’uso di un tessuto high-tech originariamente sviluppato per l’aviazione, che si avvolge intorno alla sottile struttura metallica come se fosse un guanto, garantendo stabilità e comfort. Sopra a questo primo strato tecnico c’è poi il rivesti- mento finale, in pelle o tessuto. Le linee semplici, pulite, minimal, conferiscono una leggerezza visiva che poi si ritrova anche sul piano pratico, essendo LIZ una sedia molto maneggevole e agile. In questo modo siamo riusciti, attraverso una ricerca progettuale e di materiali non convenzionali, a raggiungere un elevato livello di comfort mantenendo eleganza e pulizia formale. In definitiva, LIZ incarna la bellezza, la praticità, l’efficienza e l’innovazione, confermando il mio impegno costante nel creare oggetti che uniscono estetica e funzionalità.


Qual è l’opera che ha realizzato a cui è più affezionato?
Ovviamente sono affezionato a tanti dei progetti realizzati in quasi 35 anni di carriera, ma se devo sceglierne uno, è la Venice Console disegnata per Riva1920 nel 2010. Riva mi chiese di progettare qualcosa, qualsiasi cosa, riutilizzando le cosiddette “briccole” veneziane, ovvero quei pali in disuso della laguna di Venezia, un tempo utilizzati per segnalare le rotte di navigazione o per legare piccole imbarcazioni. In quell’occasione ho avuto questa insolita libertà, che non ho quando ci sono regole di mercato specifiche da rispettare. Questo mi ha permesso di puntare a una dimensione più lirica, in cui memoria storica, sostenibilità e visione poetica potessero fondersi. L’idea era quella di far rivivere le briccole facendole riflettere nuovamente sulla superficie astratta della laguna, costituita dal piano metallico liscio della console. Riunite in una composizione ritmica, le briccole si rialzano idealmente dalla laguna, entrambe cristallizzate in un momento senza tempo. Sentirò sempre un legame speciale con questo prodotto, perché si è trattato di un felice esperimento in cui la dimensione progettuale più poetica si è potuta fondere con l’importante concetto di recupero e riuso, declinandosi in un oggetto bello, ma che ha anche una funzione.


Un altro progetto che le è particolarmente caro?
È la scrivania Scriba, da me concepita per Ycami nel 2003. Con Scriba, ho voluto reinterpretare in chiave contemporanea la classica tipologia del secrétaire, esaltandone la bellezza e la praticità attraverso una ricerca incentrata sulla sintesi formale e sull’impiego di materiali innovativi. La vera particolarità di questo progetto è stata l’utilizzo dell’alluminio alveolare rivestito, che ho voluto trattare come un nastro, che si piega e ripiega su sé stesso, creando il piano della scrivania, i vani, i ripiani e gli alloggiamenti per i cassetti, i cui frontali erano invece in plexiglass. Il risultato finale è un design lineare, pulito e leggero. È una scrivania che, anche dopo vent’anni, mantiene un carattere di modernità e freschezza che continuo ad apprezzare.


In termini di arredamento che cosa rap- presenta per lei il massimo lusso?
La prima parola che mi viene in mente è “densità”: densità di storia, di significato, di cultura. I mobili non sono semplici oggetti inerti, ma narratori. Raccontano le epoche, tessono storie che affondano nel passato, e ritrovarle tra le mura domestiche è un privilegio. Mi piace circondarmi di oggetti che portano con sé queste tracce, questo bagaglio di significato, questo valore.
Mi faccia un esempio. Quando ammiro la poltrona Up nel mio salotto, ad esempio, vedo più di un’icona del design; vedo gli anni ‘70, la mia infanzia e un indimenticabile pomeriggio passato con mio padre nel laboratorio di Gaetano Pesce a Venezia, tra prototipi e progetti che prendevano forma.
Ricordi dalle profonde radici. Per me, il lusso non sta solo nell’avere un assorti- mento di mobili, bensì nell’avere un insieme eterogeneo, dove antico e moderno si mescolano armonicamente, legati da un valore storico e culturale condiviso. È questa coerenza nel paesaggio d’arredo che conferisce autenticità e fascino alla casa.


Di cosa non potrebbe fare a meno la sua casa?

Una cosa fondamentale per me, in una casa, è la luce naturale.


Quanto influiscono le mode nei suoi progetti?
Se per “mode” si intendono i principali trend che spontaneamente emergono ciclicamente, sicuramente influiscono, come è anche giusto che sia: il design deve rispondere a delle domande, delle esigenze, e queste esigenze possono mutare nel tempo a seconda degli usi e costumi e abitudini delle persone. Ma il pensiero alla base deve essere molto solido e ben ponderato e traguardare le mode passeggere per focalizzarsi sugli aspetti più centrali e fondamentali. Direi che, quindi, più che altro, contaminano senza stravolgere.


Quale pensiero per la sostenibilità è presente nella sua progettualità?

C’è sicuramente da tempo una crescente consapevolezza riguardante le tematiche legate alla sostenibilità, che nel design si declina, a mio avviso, principalmente in aspetti quali l’uso di materiali recuperati, recuperabili o rinnovabili, la durabilità del prodotto, la possibilità di eseguire della manutenzione sempre nell’ottica di estenderne il più possibile il ciclo vitale e la facilità di assemblaggio o disassemblaggio, che poi influiscono sulla trasportabilità del prodotto e quindi anche sull’impatto ecologico della sua distribuzione.


Un progetto a cui sta lavorando e che vedremo presto realizzato?
La collezione outdoor ATOLO, presentata recentemente al Salone del Mobile di Milano e da me firmata per Dedon. Questa rappresenta la nostra prima collaborazione, che ha richiesto un’immediata dedizione e un’analisi approfondita per catturare e narrare al meglio i principi fondamentali dell’azienda. Dedon è rinomata per la sua distintiva fibra intrecciata e le forme accoglienti e sinuose, elementi che ho voluto abbracciare completamente, sviluppando un’attenta ricerca di forme e texture capaci di incarnare l’estetica del marchio. Il risultato è un prodotto iconico, caratterizzato da linee organiche e fluide, improntato alla funzionalità e capace di esprimere al meglio l’esperienza tecnica e la rinomata Dedon Fiber dell’azienda.

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